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1NOTA BENE di questa prima parte è stato riportato solo l’originale manoscritto
MO369,2 [14-3-1972]
2 Dovendo partire quest’oggi per le nostre missioni è logico che si dica una parola sulle missioni.Quindici anni fa, in una festicciola di famiglia, si è cercato un po' di pensare al futuro. E ricordo che, con tanto entusiasmo, i nostri cari amici qui della Casa dell’Immacolata hanno pensato di fare arrivare delle lettere dalle zone di missione, hanno fatto arrivare persino degli annunci radiotelevisivi e che so io... avevano piantato missioni un po' dappertutto, perfino a Mosca e in altri posti, no?Si sognava, cioè era il tempo in cui si sognavano le missioni, e naturalmente, quando si sogna, si sogna in una forma un po' entusiastica, specialmente quando coloro che sognano sono ragazzi di IV o V ginnasio, III ginnasio... Sognavano all’avvenire della Congregazione, o meglio alle opere apostoliche dell’avvenire. Certo era impossibile avere un’idea allora delle missioni, raffigurarsi... Specialmente quei giovani non potevano certamente pensare alla realtà delle missioni. Diciamo, è stato il periodo un po' dei sogni delle missioni. È servito molto per affrontare le difficoltà della giornata, dello studio, dell’obbedienza, anche della ricreazione che allora era obbligatoria in quei dati tempi e si faceva pensando che bisognava abituarsi un pochino alla vita futura.Venne poi la seconda epoca, cinque o sei anni fa, quando le missioni apparvero come una poesia. Chi non ricorda il primo nostro viaggio in America quando, partito con don Aldo... quell’addio nella sala accademica, quei disegni, quei quadri... sa, l’America per noi allora era oltre la luna, no? Perché adesso, sa, ormai, arriva una lettera dall’America... ma allora, una lettera con un bollo dell’America... Le prime lettere arrivate qui in casa dall’America, dal Guatemala, il primo... sa, mons. Luna che aveva caricato un po' questi apostoli, questi missionari volanti, eccetera, questo arrivo a Buenos Aires... Insomma, il racconto sembrava quasi un pochino: “Arrivano i nostri!”, un pochino, no? "Arrivano i nostri!".
MO369,3 [14-3-1972]
3 C’era un po' la poesia: la poesia nostra quando siamo andati, la poesia vostra che eravate qui in casa, la poesia poi dei primi partenti. Là, il saluto in cattedrale: questo abbraccio fraterno, questo ricevere il crocifisso, questa partenza... Mons. Fanton che lega una cordicella qui vicino al banco, no, e che raccomanda agli amici che partono per il Guatemala di tenerla sempre legata questa cordicella. C’è stato lì, anche lì, un periodo bellissimo, però della poesia.È subentrato poi il periodo della prosa, il periodo della realtà missionaria. È l’ora, però, più bella, quella della poesia, se si comprende; del resto anche, parlando in forma letteraria, uno che legga una bella poesia, perché, sa, c’ha la rima, può dire: “Che bella questa poesia!”. Ma, sa, la poesia potrebbe essere come quella che quel tal mio perfetto aveva composto in seminario: “Volgo gli occhi al cielo - vedo una nuvoletta - dentro c’è Marietta - che prega Dio per me”. È vero? Ma a qualcuno può piacere perché c’è la rimetta, in mezzo c’è la rimetta.Ma uno che conosce bene l’italiano, e ti legge una pagina de “I promessi sposi”, per esempio quando ti mette là davanti Renzo insieme col dottor Azzeccagarbugli, tu lo vedi lì, e in quel momento un po' di disagio ti descrive la poltrona là del dottore con il cuoio là che si rovescia, quando che ti descrive quei poveri pollastri là in mano di Renzo... eh, sa, ci son certe descrizioni... “Scendeva da una soglia...”, eccetera. Ci son delle descrizioni, che uno che capisce l’italiano vede la bellezza anche della prosa, no, ne comprende la bellezza.Ora, vedete, nella poesia ci può essere l’avventura dell’Impenetrabile... ci può essere qualcosa del genere. Ma c’è una bellezza che è quella del compimento del dovere missionario, giorno per giorno, ora per ora.E vedete, è appunto questo che io vorrei sottolineare brevemente, proprio brevemente, questa mattina.
MO369,4 [14-3-1972]
4 Per capire la bellezza del missionario, della missione che è affidata a questo povero uomo, bisogna capire chi è il missionario. Il missionario non è quello che va a cavallo, a compiere grandi imprese, grandi avventure; ma è uno, mandato da Dio, “missus”, mandato da Dio. A fare che cosa? A far conoscere... Io direi così: è uno che è mandato da Dio a far conoscere, amare ed accettare Gesù.Perciò missionario non è perché ha la barba o non ha la barba, perché è comboniano o di San Gaetano. È un uomo, un uomo che ha capito di essere chiamato da Dio, mandato da Dio a far conoscere, amare e accettare Gesù, farlo conoscere, farlo amare, farlo accettare, Gesù.Vedete allora che bisogna ridimensionare un pochino l’idea di missionario, e che allora, eccolo qui, son tre piccoli punti come al solito; ve li leggo soltanto.Prima di tutto, il vero missionario si sente missionario in qualsiasi luogo dove c’è un fratello da amare in Gesù. Vedete, uno che veramente ha lo spirito missionario, si sente missionario qui nella Casa dell’Immacolata, nell’Istituto San Gaetano, si sente missionario nel Guatemala, a Crotone, nell’Isolotto... È indifferente il posto. Dove c’è un’anima che non ama Gesù, il missionario si sente a casa sua; dove c’è un’anima che potrebbe amare di più Gesù, conoscere di più Gesù, il missionario sente di essere proprio nel suo posto, dove Dio lo vuole. Vedete, il missionario è uno che ha fame e sete di anime, è uno che ama il Signore e desidera mettere nel cuore del fratello l’amore che arde nel suo cuore.Perciò direi, con quel missionario che mi ha scritto una lettera una volta, era in partenza per l’Africa, e al porto si è incontrato con alcuni facchini, si è messo lì qualche ora a discorrere mentre attendeva la partenza della nave e mi ha scritto una lettera: “Caro don Ottorino, - ha detto- sapesse come sarei rimasto volentieri fermo vicino al porto per far conoscere Gesù. Sono partito perché sono religioso. Dovevo partire. Ma le assicuro che non mi sarei sentito meno missionario fermarmi immediatamente lì al porto a far conoscere Gesù”.Vedete, cari giovani, siete venuti qui non per le avventure, siete venuti qui per qualche cosa di più grande: per immergervi in Cristo e portare Cristo.Ora, vedete, sì, è giusto sognare, è giusto avere un po' di poesia, un po' di entusiasmo, ma guardatevi dall’entusiasmo che non sia l’entusiasmo di Cristo. Vedete, non illudetevi! Se non siete capaci di fare i missionari qui, qui dove siete... Se, per esempio, una suora non è capace di fare la missionaria in cucina, in cucina magari dell’infermeria dove ci sono le vecchiette che rispondono poco alla voce dell’artista, non sarà capace di fare la missionaria come la Cabrini. State sicuri. Perché se una creatura non è capace di far la suor Bertilla, non sarà capace di fare la madre generale. È impossibile. Perché? Perché se non è capace di soffrire, non è capace di amare.
MO369,5 [14-3-1972]
5 Secondo: il vero missionario è capace di fare il missionario non soltanto in qualunque luogo, ma con qualsiasi tempo.Del resto, fisicamente, se apriamo la finestra al mattino e vediamo una bella giornata di sole, respiriamo, vien voglia di saltare in cortile, fare un po' di ginnastica, muoversi un pochino. Ma, invece, se apriamo la finestra, vediamo una nebbia, vediamo un tempo pesante, è chiaro ci sentiamo un po' appesantiti.Ebbene, parlando spiritualmente, ci sono delle giornate di sole, ce ne sono alcune giornate con le nubi, altre giornate con la pioggia; diciamo anche alcune giornate con la tempesta e con tempesta grossa qualche volta.Ebbene, se io amo veramente il Signore, se io sono veramente convinto della mia unione con Cristo, io so essere missionario. Vorrei dire, specialmente, più che cresce la difficoltà, perché mi sento vicino a Cristo e a Cristo crocifisso. Vedete, è una ginnastica che bisogna fare. Questo amore a Cristo crocifisso non ci viene infuso con l’ordinazione sacerdotale o diaconale, né ci viene infuso il giorno in cui si fanno i voti perpetui quando si fa un po' di festa anche con i familiari... Questa è una cosa che la dobbiamo, vero, assorbire giorno per giorno, accostandoci a Gesù nell’Eucaristia, imparando da lui crocifisso e sacrificato.Vedete, è facile, è facile fare il parroco il giorno dell’ingresso, quando tutti fanno un po' di festa, almeno nella maggioranza dei casi, ma fare il parroco quando vien voglia di scappare, come il Santo Curato d’Ars che per un paio di volte è scappato via e il Signore lo ha fermato per istrada... è lì che bisogna saper fare il pastore.Ora, per me è stato preziosissimo quello che mi ha detto don Giovanni Calabria: “Metti in preventivo tutte le difficoltà, le difficoltà che vengono da tutte le parti, perché, ricordatelo, attraverso le difficoltà si può salire a Dio”.Ora, vedete, le difficoltà le avete anche voi, anche i più giovani: sarà la difficoltà della scuola, sarà la difficoltà della digestione, sarà la difficoltà un po' del malessere, chiamatela quel che volete. Ma giornate di sole ce ne sono, grazie a Dio, ma di nubi, di pioggia e di tempesta dobbiamo metterne in preventivo sempre nella nostra vita.Ora, il vero missionario non si ferma quando c’è la tempesta, perché le anime, le anime hanno bisogno di Dio e bisogna portarlo Dio a costo anche di qualsiasi sacrificio.
MO369,6 [14-3-1972]
6 Infine, il vero missionario è missionario a qualsiasi costo: delusioni, insulti, martirio.Vedete, mettete in preventivo delle difficoltà. Guardate che Gesù ha ricevuto degli insulti; quando faceva del bene lo insultavano: “Lo fa per opera di Belzebù!”. Guardate, non soltanto, delusioni ne ha avute anche Gesù: basta pensare uno degli Apostoli che lo tradisce... È martirio? È stato ucciso innocente.Ora, questa è la strada seguita dal maestro e questa dev’essere la strada che dobbiamo percorrere anche noi. Il Signore non ci ha detto: “Va', fatti missionario e ti farò commendatore o senatore o presidente della repubblica”. No, no! Ce lo ha detto chiaramente. Ci ha promesso il premio eterno, la gloria eterna, ma, ricordatevi, ci ha promesso un cammino difficile e duro.Ora, io direi, pensiamoci dinanzi all’altare, pesiamo le nostre forze, confidiamo certamente nell’aiuto di Dio, nell’aiuto della nostra buona mamma, la Madonna, ma se non ci sentiamo la forza di essere missionari sempre, in qualsiasi luogo, con qualsiasi tempo, a qualsiasi condizione, piuttosto ritiriamoci.Voi direte: "Ma guarda! Siamo così in pochi e ci dice di ritirarci". Sì, io dico ritiriamoci, magari in un convento a pregare, perché ricordatevi bene che non è del numero che la Chiesa ha bisogno oggi, ma della qualità. Vedete, il Signore vuole degli uomini fedeli, degli uomini che lo abbiano da seguire “quocumque ieris”. “Sequar te quocumque ieris”, dice il santo Vangelo: “Ti seguirò in qualsiasi parte tu abbia da andare”.E allora preghiamo proprio la nostra buona mamma, la Madonna, e sarà quello che proprio io invocherò dal Signore durante il tempo che sarò lontano da voi, per ciascuno di voi.Uniamoci insieme!Questa grazia di essere missionari così chiediamola per ciascuno di noi, per i nostri fratelli che sono in missione in Italia e all’estero, che proprio il Signore ci dia la grazia di essere come lui ci vuole.E durante questo periodo, vero, cerchiamo di restare uniti anche nel lavoro quotidiano, cioè pensando un pochino gli uni agli altri.E se il Signore volesse che don Ottorino non tornasse più, non perdetevi di coraggio: la strada e la Congregazione non è mia, ma è di Nostro Signore.