DIO CI VUOLE PORTATORI DI GIOIA E SANTIFICATORI DEL LAVORO
MO25 [27-06-1965]
27 giugno 1965Omelia durante la prima S. Messa solenne di don Venanzio Gasparoni nella
chiesa parrocchiale diRampazzo di Camisano (VI).Don Ottorino, dopo aver illustaro che Dio esiste abitualmente interviene
attraverso gli elementi semplici e piccoli, sottolinea la missione del sacerdote
della Congregazione: trasmettere la gioia e insegnare il senso cristiano del lavoro.Il testo originale è registrato e la sua durata è di 13’.
MO25,1 [27-06-1965]
1.Se una mamma porta nel grembo il suo bambino, ed il medico le
ordina alcune iniezioni di calcio endovenose, la mamma va subito a comperare le
iniezioni e va poi da un infermiere per iniziare la cura. E' certo che l'infermiere
non prende l'ago e inietta il calcio nella testa, altrimenti povero bambino,
morirebbe improvvisamente. Ma va in cerca in un braccio di una piccola vena e
inietta lì, inietta lì quella soluzione che di lì a poco circolerà per tutto il
corpo, portando beneficio anche alla testa, portando beneficio al corpo intero.Ora, cari fratelli, lo stesso modo usa Nostro Signore. Quando nella
Chiesa di Dio vuole portare un rinnovamento, quando nella Chiesa di Dio vuole
scuotere l'intera massa, il Signore non usa fare iniezioni nel capo, ma usa cercare
una piccola vena e da lì parte il rinnovamento.Quando, per esempio, a un dato momento la Chiesa si trovava in difficili
situazioni, ecco il Signore che cerca una piccola anima: Francesco d'Assisi, lo fa
amante della povertà. Arriva Francesco a Roma con i suoi fraticelli, si confonde
nell'udienza pontificia. A notte il Pontefice vede la chiesa di San Giovanni
Laterano che sta per crollare, e un piccolo frate che la sta sostenendo e gli dice,
il Signore: "Quel frate che tu hai visto là, confuso in mezzo alla folla, sarà
quello che sosterrà la Chiesa in questo momento!". E il Sommo Pontefice manda in
giro per Roma a cercare quel fraticello, lo riempie delle sue benedizioni, approva
la sua Regola e il mondo é stato salvato dal movimento francescano.Quando volle il Signore... portare nel mondo la devozione al Sacro
Cuore, non é apparso il Sacro Cuore al papa, e ha detto: "Voglio che nel mondo
avvenga questo e questo...". Ma é apparso ad una umile suora... Guardate, scusino le
suore, neanche alla superiora, proprio alla suora umile: chissà che fatica avrà
fatto quella povera suora a presentarsi alla Superiora e dire: "Il Signore mi dice,
reverenda superiora, che vuole che la sua devozione...". Avrà detto la superiora:
"Ma perché non é apparso a me che ero la superiora, ma perché, no?". Proprio a
questa povera suora e a una suora di clausura é apparso, e la devozione del Sacro
Cuore noi la vediamo sopra tutta la terra.Ma se volessimo citare di questi esempi, ce ne sarebbero moltissimi
altri.
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2.Per esempio, nel secolo scorso, per scuotere noi sacerdoti e
spingerci a farci santi, non ha preso un cardinale o un papa, ma un umile curato di
campagna: non volevano neppure farlo prete perché era ignorante il santo Curato
d'Ars, e il santo Curato d'Ars oggi noi lo veneriamo come protettore dei sacerdoti,
come il prototipo della santità sacerdotale.Quando nel secolo scorso il Signore volle scuotere il popolo cristiano,
a Lourdes non é apparsa al vescovo la Madonna, ma alla povera ignorante Bernadetta.
Quando a Fatima la Madonna volle ancora richiamare l'umanità sulla strada giusta,
venne a dire agli uomini: "Guardate che il Signore é stanco degli uomini, perché si
fanno troppi peccati, perché si crede poco..." A chi é apparsa la Madonna? A tre
poveri, umili pastorelli!Vedete fratelli miei, é questo il costume del Signore! E' questo il modo
di agire del Cielo. Non si prende un'iniezione e la si inietta nel capo, ma in una
piccola, umile vena e piano piano tutto il corpo ne ha un beneficio.Mi pare che oggi il Signore stia facendo qualche cosa di simile.
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3.Nel mondo oggi, diciamocelo, voi che siete un po' più anziani,
e che avete visto qualche cosa prima della guerra, diciamolo, oggi il mondo non é
contento. Guardate, una volta eravamo più poveri; una volta non avevamo il
frigorifero in casa; una volta misuravamo anche il cibo nelle nostre famiglie; una
volta non c'era la televisione; non c'era la macchina; l'incontro ai sacerdoti
novelli si faceva a cavallo quando andava bene, che non si andasse col carro
addirittura, no? Ebbene, guardate, diciamolo sinceramente eravamo più contenti,
eravamo più contenti! Non che vogliamo disprezzare il progresso, però, però queste
cose non ci hanno dato quella felicità che noi non sentiamo. Sentiamo di volere,
desiderare, sentiamo che l'animo nostro ha bisogno di felicità! Ecco l'industriale
che... e la cerca nel lavoro... ma non la trova, non la trova! Ecco nella famiglia,
ecco nella campagna... ieri, voi agricoltori lo sapevate, quando al mattino dovevate
alzarvi presto, coi buoi per arare la terra, la terra dico, no? Quando lavoravate
tutto a mano, oggi la fatica é ridotta, oggi non vediamo più... vediamo macchine un
po' dappertutto, eppure non abbiamo ancora trovato la felicità. Perché, o fratelli?
Non condanniamo il progresso, ma la felicità si trova soltanto in Lui, in nostro
Signore! Soltanto senza disprezzare le cose che l'intelligenza umana che é data da
Dio, ha potuto trovare, la felicità però la troveremo soltanto quando ci
avvicineremo a Dio.
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4.Ed ecco, allora, il Signore che come una volta, va in cerca di
qualcuno e dice a questo qualcuno: "Senti, vai in mezzo agli uomini e insegna agli
uomini ancora ad essere contenti e a sorridere". Ed é venuto qui, anche nel vostro
paese, ha visto un marmocchietto che rideva sempre, rideva sempre. Penso che ve lo
ricordiate, forse rideva anche quando serviva la Messa. Mentre stavamo per uscire
dalla sacrestia, diceva il sacrestano: "Me par ieri quando ti, don Piero, e ti, don
Venanzio, a geri mocoletti qua in sacrestia...". Dice don Piero: "Però sempre boni
tositi, eh!, sempre stà boni putei". Come tutti i chierichetti di questo mondo,
vero? In modo particolare penso che Venanzio voialtri lo ricordiate perché sorrideva
sempre, era sempre contento; non lo sapeva neanche lui per ché cosa, però il Signore
lo sapeva.Il Signore se l'è preso, se l'è preso: quella gioia che Dio aveva messo
nel suo animo, nel suo cuore, che già l'aveva preparato nella sua famiglia prima
perché fosse culla di questa gioia, il Signore l'ha presa, l'ha santificata, l'ha
elevata e ha detto a don Venanzio: "Va nel mondo e porta questa gioia a questo mondo
che é sitibondo di gioia, é sitibondo di felicità; va e portala, portala nei cuori
la gioia e dì alle creature e agli uomini, tu, sacerdote, che non si può essere
contenti se si fa un connubio col peccato. Per avere la felicità bisogna essere puri
nel cuore, bisogna rinunciare al peccato, bisogna adorare Dio e disprezzare il
peccato. Insegna agli uomini la gioia del cuore, la gioia intima di un'anima in
grazia. Va, o don Venanzio, dice il Signore, va nelle famiglie e insegna che nella
famiglia ci sarà la gioia soltanto quando a capo tavola ci sarà Lui, il Cristo".Vedete, amici carissimi, permettete questa frase confidenziale: finché
noi non avremo in casa nostra, a capo tavola, padrone di famiglia, Cristo, non ci
sarà la gioia nella nostra casa: fratello sarà contro il fratello, ci sarà sempre la
discordia. Lasciamo il posto primo a Lui, al grande Re, al grande Signore e allora
vedrete che le piccole croci, inevitabili croci, che dobbiamo portare in casa,
allora saranno più facili, ci sarà la comprensione fra l'uno e l'altro; tra il
genero e la suocera; ci sarà la comprensione tra fratello e sorella; ci si saprà
compatire, ci si saprà amare.Ecco quello che don Venanzio deve portare nel mondo: insegnare agli
uomini che le nostre famiglie devono essere forgiate sull'esempio della Famiglia di
Nazareth.Ma, ancora una cosa.
MO25,5 [27-06-1965]
5.La nostra Congregazione ha per scopo portare nel mondo la
santificazione del lavoro. Vedete, il lavoro é una cosa santa. Dico spesso ai nostri
giovani che il Signore ha fatto con noi una cosa, come fa un papà quando porta a
casa al bambino un giocattolo, ma lo porta a casa non montato, per esempio una
piccola automobile, una piccola radio; ma il ragazzo deve vedere i disegni deve poi
prendere i pezzi, deve unirli e allora dice: l'ho fatta io, l'ho fatta io! In altre
parole: c'è il lavoro di chi ha composto quella radio e c'è il lavoro di montaggio
che é riservato a quella creatura. Vedete, cari fratelli, il Signore, il Signore ha
fatto così con noi: ci ha dato la terra e ha detto: "Vedi questa é la cosa che tu
devi montare, tu dovrai cavare il pane da questa terra; una parte ce l'ho messa io,
ma una parte ce la devi mettere tu. Io ti ho dato l'intelligenza, ti ho dato le
facoltà, ti ho dato la forza anche fisica, devi anche tu collaborare".E allora, fratelli, ecco che il lavoro realmente si può dire é il
complemento dell'opera creatrice di Dio. Il lavoro é un'espiazione dei nostri
peccati; é un mezzo meraviglioso per acquistare meriti per il Paradiso. Vedete, non
dobbiamo maledire la fatica del lavoro, é una cosa santa il lavoro: l'ha fatto Gesù,
ce l'ha insegnato nella bottega di Nazareth; l'hanno fatto i santi, ed é questo che
noi dobbiamo portare nel mondo.Purtroppo ci sono oggi delle correnti tremende che maledicono il lavoro,
che bestemmiano contro il lavoro e si dimenticano di Dio Creatore che ha imposto
agli uomini questo passaggio di sacrificio, questo atto di stima verso gli uomini,
perché potessero guadagnarsi il Paradiso.
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6.E allora, l'augurio che io intendo in questo momento formulare
al carissimo don Venanzio, nostro caro sacerdote, é questo: che possa entrare nel
mondo, non sappiamo dove Dio lo chiamerà, dove Dio lo manderà, per il momento gli ho
affidato il compito di assistere i giovani che si preparano alla vita sacerdotale, e
cioè di dare il suo sorriso a coloro che saranno i continuatori dell'opera
sacerdotale. Domani, non so cosa vorrà il Signore; ebbene, l'augurio che gli
facciamo é questo: che possa continuare a sorridere e a insegnare agli uomini di
oggi a sorridere ancora, nonostante le difficoltà che ci sono. A sorridere
nell'intimo del cuore, perché ricchi di grazia di Dio, a sorridere nell'intimità
della famiglia, a sorridere nelle officine e nei campi, dove il Signore ci ha
chiamati continuamente a portare il contributo del nostro lavoro, del nostro
sacrificio.