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L’UMILTÀ APOSTOLICA

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1.Ci mettiamo... È sempre la solita cosa direte voi, no, di metterci un pochino in contatto con il Signore. Guardate, la nostra vita apostolica domani esige questo contatto con il Signore, sapete, perché o ci mettiamo in contatto con lui o ci mettiamo in contatto con le creature. Il nostro compito è di portare le creature a Dio, ma se noi non siamo in contatto con Dio, non potremo mai portare le creature a Dio. Perciò cominciamo sempre al mattino, nella nostra meditazione, con questo sforzo e, come dicevamo per il passato, mettiamoci dinanzi al Signore; se non siamo capaci di metterci proprio subito, guardiamo i nostri peccati e domandiamo perdono e chiediamo la grazia di non farne più.
Abbiamo abbandonato mons. Ancel per fare una meditazione sul coraggio; abbiamo preso un po' di coraggio e adesso, prima di abbandonare il nostro caro card. Suenens, vorrei fare una meditazione sull'umiltà, perché avendo acquistato troppo coraggio, a un dato momento non venga la superbia, no? Sa, massa coraggiosi, don Piero, diventemo superbi, bisogna tegner bassa la testa. Qua c'è una bellissima meditazione, che segue quella del coraggio, sull'umiltà. Dopo torneremo a casa nostra e continueremo sul nostro cammino. "L'umiltà legionaria. La Legione che si fregia del nome di Maria non può fare a meno di questa virtù mariana per eccellenza. Se l'unione con Maria è la condizione indispensabile, la radice, per così dire, di ogni attività legionaria, il terreno favorevole alla sua cultura non è altro che l'umiltà. Se il terreno è povero, la vita legionaria non farà che languire e perire". Ecco un pensiero. Noi dovremo camminare sulla via dell'apostolato. Il terreno può essere favorevole e non favorevole. Se vogliamo raffigurare una strada, può essere una strada come quella del Guatemala in mezzo ai monti, là dove non si può andare neanche con la jeep, dove bisogna andare con il mulo; ma può essere una strada asfaltata che va verso Puerto Barrios, dove si può correre comodamente a 120-130 all'ora, no? Ora la strada sarà una strada asfaltata, dove si potrà correre, se saremo umili. Se vorremo raffigurarci invece al terreno che porta frutto, sarà un terreno non sassoso, un terreno fertile, se saremo umili. Vedete, tutto quello che abbiamo detto e che diremo in avvenire, vuoi del coraggio, vuoi di altre cose, cose bellissime, necessarie, ma che esigono vero l' umiltà da parte nostra. Se manca l'umiltà, manca il terreno per poter correre. Sarebbe come avere un DC 8 in mezzo al cortile qua; meglio avere una bicicletta per andare a Roma... fai più presto arrivare in bicicletta a Roma che non con un DC8 in mezzo al cortile, perché se manca la pista per poter alzarsi, povero DC 8, serve manco de un musso, vero; sali sopra il musso e te arrivi prima! Vero, Toni? A caval de un musso se arriva prima là a Fara che non col DC 8.

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2."Ci è dunque necessario entrare risolutamente in questa umiltà di Maria, se vogliamo anche noi abbandonarci allo Spirito e lasciarlo agire per mezzo nostro. È necessario, affinché Dio trovi in noi un'anima disponibile, in perfetta armonia con i suoi potenti disegni".
L'umiltà, dunque, sull'esempio della Madonna è necessaria perché lo Spirito di Dio trovi la nostra anima disponibile 'in perfetta armonia con i suoi potenti disegni', altrimenti noi non siamo in armonia con i suoi potenti disegni; siamo in armonia con i nostri disegni, non con i potenti disegni di Dio. "Essa sola apre la strada all'invasione di Dio e alla sua azione misteriosa...”. Varda che xe una roba bellissima, no? Dio ha un disegno potentissimo, grandioso, su di noi; se siamo umili si apre la porta, altrimenti resta solo il nostro disegno. Noi, essendo umili, apriamo la strada a Dio, altrimenti chiudiamo la strada a Dio. “... poiché Dio non vuole che la sua operazione venga turbata e deviata dalle tortuosità del nostro amor proprio". Noi, col nostro amor proprio, turbiamo spesso i disegni di Dio, e Dio non vuole che venga turbata la sua opera misteriosa dalle tortuosità del nostro amor proprio. Quante volte, prendendo, supponiamo, un sacerdote in cura d'anime che è un po' scoraggiato, dice che non c'è niente da fare: "Ho tentato di tutto", si potrebbe dire: "Sì, hai lavorato troppo tu e hai lasciato poco lavorare Dio. Hai voluto lavorare tu. Tu dovevi lavorare di più, ma facendo quello che voleva Dio"! È inutile andar a piantare le patate de drio de casa, se el Signore le vuole davanti; è inutile incapponirsi la testa de piantar banane nella terra qua davanti: qua non le vien le banane, giusto, qua vegnarà le patate. Il Signore sa che qua le banane non vien e non le vole; noi dobbiamo metterci nelle sue mani. "Egli vuol seguire il suo cammino senza intoppi; spiegare la sua virtù e la sua potenza senza che, per un solo istante, lo strumento da Lui scelto comprometta l'opera Sua”.

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3.Noi siamo strumenti scelti da Dio, ma non dobbiamo compromettere l'opera sua.
“Dio non vuole nulla di equivoco: è Lui, e solo Lui, che si dona, tramite nostro". È quella la bellezza: vuole donarsi "tramite nostro". Sicché dobbiamo esserci tutti noi. "Mi sto qua sentà; fa' ti!". “Nossignor! Tu fai, te fe però quel che vojo mi! Altrimenti la torta non vien fora". Ci vuole tutta l'opera nostra, ma è opera di Dio, il quale vuol agire tramite nostro, e perciò la nostra azione deve essere un'azione che Dio vuole da noi. "Appena Egli sente che lo strumento si irrigidisce in qualche compiacenza segreta o in qualche inconfessato ripiegamento sopra se stesso, la conducibilità cessa, la corrente è interrotta. Dio è geloso della Sua gloria, non per Se stesso, ma perché ci ama e sa che noi non abbiamo bisogno che di lui: "Deus quaerit gloriam suam non propter se, sed propter nos", ha potuto dire S. Tommaso”. State attenti, rileggo queste due tre parole qua, per fissarle un po' di più: "Appena sente che lo strumento s'irrigidisce in qualche compiacenza segreta...". È male sentire, per esempio, un po', supponiamo, che se adesso... mettiamo Zeno, già che lo vedo qua davanti, el fa un bell'articolo. Per esempio, ha dato dei punti da scrivere al 4° anno di teologia; e supponiamo io gli dico: "Bene, Zeno! Mi ha fatto piacere. Quei temi da fare, bene!". È male sentire la gioia di questo "bene"? No, vero, ma se a un dato momento "bene de qua, bene de là"... a un dato momento si crede qualche cosa, e comincia a compiacersi in una forma quasi dire "ego sum", eh, allora sarebbe pericoloso! Allora quegli articoli che oggi stanno convertendo il mondo, potrebbero essere veleno nel mondo. Dico male, lei che è laureato? State attenti! Cioè, in altre parole: se entra in noi qualche compiacenza segreta... State attenti che la gioia di una cosa bella, di una cosa buona... è naturalissimo sentirla, scusa. Uno el va a scola e el ciapa un diexe: eh, el vien a casa contento; el va là el ciapa un quattro, xe logico che el vien a casa un po' dispiacente. Ma è diversa questa gioia che ti permette il Signore... Come uno magna de gusto un cibo buono, el sente gusto; uno magna una roba che non è buona, el sente che ghe dispiaxe insomma, ecco... Ma, ma il ricercare il cibo buono e il gustare il cibo è una cosa diversa, vero. Posso ringraziare el Signore e dire: "No, mi non magno, vui quelo, quelo...", vo in serca de quelo. È un'altra cosa: quela xe golosità. Ringraziare il Signore perché ancò te dà da magnare bene, quela xe... anzi te ve farghe onore alle coghe, se sente dire, no? E farghe onore al cogo dei coghi.

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4."Niente in noi deve opporsi a questo amore...". Beh, dunque qua... "... o in qualche inconfessato ripiegamento sopra se stesso". Qualche volta, sa, ci si ripiega, si cerca, si fa... Attenti!
"Niente in noi deve opporsi a questo amore, né comunque intralciare la sua infinita liberalità". Guardate che tremendi ca semo! Possiamo intralciare la sua liberalità, la sua potenza. Con che cosa? Con la nostra superbia. Con gli stessi doni che Dio ci ha dato per agire noi possiamo, con atti di superbia, intralciare la sua opera. Ecco il pericolo perciò di chi ha ricevuto parecchi doni da Dio. Se li sa trafficare con umiltà, sarà uno strumento meraviglioso nelle mani di Dio; ma se per caso comincia a fare il superbo, beato quello che ha ricevuto meno doni da Dio, se è umile, perché tante volte è superbo anche quello... "E non solo noi non vi opporremo la vanità della nostra pretesa sufficienza, ma accetteremo umilmente tutto ciò che le sue vie hanno d'imprevisto e di sconcertante". Dunque, state attenti, ecco il pericolo, "la nostra pretesa sufficienza", pretesa sufficienza, no? Ecco il pericolo enorme, l'inganno della nostra superbia, è questo: noi ci sentiamo sufficienti e non ci rendiamo conto che basta un istante per far caoleva. "Ma io sono laureato e perciò sono sufficiente! Vado a far scuola in 4ª ginnasio di greco: 'Oh per far scuola di greco in 4ª ginnasio!'. Ma cossa xe capità? Un vuoto. Me xe capità un'altra volta quando che iero piccolo, all'asilo... Un vuoto! Gnanca, ma te digo, gnanca ricordarme l'alfabeto greco". Può capitare 'sti vuoti. Può capitare il vuoto per esempio: "Ooh! Cosa vuto che sia per confessar un piccolo! Cosa vuto che sia...". Eh, a un dato momento: "Ma che stupido che son stà! Ma cossa xe che ghe go dito, ma guarda che robe che go fatto!". State attenti, la nostra pretesa sufficienza, se Dio si stacca un pochettino, diventa cretinaggine; e cretinaggini ne abbiamo commesse tutti nella vita. Guardate che senza l'aiuto di Dio non siamo capaci di dire neanche "Gesù mio, misericordia!"; senza l'aiuto di Dio non semo boni de mettare gnanca a coare una cioca; senza l'aiuto di Dio anche quelle cose che sono facili, semplici, che ci sembrerebbero elementari nella pedagogia... Un assistente senza l'aiuto di Dio a un dato momento fa de quelle corbellerie: "Ma cossa xe che go fatto! Ma guarda che stupido che son stà quel momento!". Eh, state attenti! La nostra pretesa sufficienza potrebbe portarci a fare dei fiaschi enormi e far delle cose umane, che restano umane. Ma accetteremo umilmente, non solo non aver... non lasciarci ingannare da una pretesa sufficienza, ma accettare “umilmente tutto ciò che le sue vie hanno d'imprevisto e di sconcertante". La vita ve lo mostrerà, fratelli miei. Guardate che sono più le azioni impreviste e sconcertanti nelle quali vi troverete, che non quelle normali. Avete capito? Proprio impreviste.

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5.Chi è che pensava, ad esempio, che don Giuseppe doveva far quattro anni di studio, vero? Certo col ga cantà Messa, nol pensava mia... Pensavito? Chi è che pensava che dopo, appena laureato, dovevi andar a far scuola a Thiene? Pensavi? Neanche per sogno! Te gavarissi giurà ti un anno fa che non te sarissi andà a far scola a Thiene. El vescovo te gaveva promesso, eccetera. E quante robe che te giurarissi adesso, non le te capiterà.
Quante cose, per esempio, che... Chi sa niente cosa che chiede el Signore a noialtri? Certo che quando che xe capità la guerra, per esempio, io non avrei mai pensato di fare la vita che go fatto durante gli anni de guerra: via con la bicicletta due volte alla settimana alle Garziere de Santorso, carico de bagagli de drio e davanti, de carne, de patate, de roba, portarghe da magnare ai tusi, intrigà... La bicicletta andava de qua e de là, perché se caricava el caricabile, e ogni tanto se rompeva la gomma, e bisognava cavar xo la gomma, scaricare la bicicletta e girarla, cavar un toco della camara d'aria, parchè le iera camara d'arie con 70-80 pesse, vero, metterghe una pessa, gonfiare... te caricavi massa, no? Tra l'altro mi gera grossetto, tra l'altro, no, e via, dopo. Rassegnarse un par de volte, insomma: xo la gomma e giustare la camera d'aria... E due volte la settimana là; e una volta do su alla Madonna delle Grazie... Chi xe che gavarìa pensà? E tante volte xo a Grumolo col carrettin, dopo, finìa la guerra, col carrettin tacà de drio la bicicletta, te vegnivi casa... approfittar del viajo. Prete col carrettin de drio! Chi gavarìa pensà quelle robe lì? In campo materiale... Cosa credìo che ve speta? Allora 'ndaseva col carrettin de drio; adesso, se va ben, me tocarà andare, magari fra qualche anno, col carrettin davanti, urtandolo così a piè fin... Thiene, dopo essere stà abituà andare in 1100, vero? E magari andare a cavar patate per magnarle, come che faseva quei altri in Germania! Dobbiamo essere preparati a tutto, perché tutto può capitarci. Chi xe che gavarìa pensà per esempio che nel '35, '36, '37, che par comprar un par de sole de scarpe ghe volèa i buoni del governo? Se sarissimo messi ridare in faccia a chiunque... che per comprar el pan i gavarìa dà un etto e meso de pan a testa co i buoni, e chi ghesse vudo un chilo de pan in casa de scondon i lo garìa messo in galera! Ricordo uno da un certo paese qua, diexe chili de sorgo e i lo ga messo dentro, tre mesi el ga ciapà quela volta, perché el gavea diexe chili de sorgo, i lo ga trovà in bicicletta con diexe chili de sorgo. Chi gavarìa pensà nel '36, '37 una roba cussì in Italia? Robe di questo genere o anche peggio di queste, figlioli, possono capitarci; ma possono capitare non per tutta una nazione, perché mal comune mezzo gaudio, no, possono capitare per un individuo solo.

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6.E sono i piani di Dio, sconcertanti fin che volete, ma sono i piani di Dio. La Madonna e San Giuseppe col Bambin Gesù in Egitto, eccoli là: piano di Dio! Hanno qualche cosa d'imprevisto e di sconcertante: "Estote parati".
"L'aspettavamo all'incrocio delle strade ed ecco che ci raggiunge lungo il cammino". Guardate che è una cosa meravigliosa che vien fatta dal Signore, no? Lo aspettavamo qua... niente, ciò. Speta... nol vien. E li raggiunge durante il cammino. "Parla, e non se ne riconosce la voce". Ecco là i discepoli di Emmaus, no? Il Signore parla, parla, parla, parla, parla; quando che el spezza el pane: "Ah!"... e scompare. "Ma, insomma... cosa eravamo... stupidi, cretini? El parlava e non sentivimo niente". Dunque: "Parla, e non se ne riconosce la voce. Se ne va, e la sua presenza risplende come per i discepoli di Emmaus. Egli si accompagna a noi, eppure continua la Sua strada. Se ci lascia, è per meglio ritrovarci. Se tace, è per parlare con più insistenza. Se manda la prova, è per carezzarci. - Cosa ghin dixìo voialtri? Ah, vero, Rosso? Se el manda la prova, xe per carezzarte. - Se ci sorride, è per prepararci la croce di domani". Te scappi mia, no, Giorgio? Se el te dà la croce, xe per carezzarte; se el te fa un sorriso, xe per darte la prova.

MO230,7[08-03-1968]

7."Dio imprevedibile, Dio sorprendente! Come ci ricorda costantemente che vuole avere le mani libere, ed usare a volontà degli strumenti che fuori delle sue mani sono nulla".
Dio vuole avere le mani libere, vuole usare noi suoi strumenti a volontà sua, vuole avere le mani libere, vuole avere il timone in mano sua e vuole usare lui, lascialo stare: “Ti sta fermo! Lassa che fassa mi!”. Lui ti accompagna, tu devi camminare, lui ti sostiene, tu devi sostenerti; vuole la mano libera, vuole avere la mano libera. "Non si trova Dio che per la strada regale dell'umiltà... - non quella dell'analogia, qua xe l'umiltà, invece! - Non si trova Dio che per la strada regale dell'umiltà, e non si dà Dio agli altri che nella misura che si scompare davanti a Lui. L'uomo si chiude, non appena urta contro l'orgoglio altrui; s'apre invece, come un fiore al sole, non appena si sente alla presenza di un'anima spoglia di se stessa, perché, in quel vuoto, egli scopre una pienezza di grazia, quella di Dio. Constatazione di capitale importanza - per il religioso della Pia Società San Gaetano - per entrare in contatto, ogni momento, con dei fratelli che non lo conoscono". Anche umanamente parlando dinanzi ad uno umile, tu senti, senti... sei conquistato, ecco. Vedi un superbo, nol te piaxe... senti già come che fusse massa sale nella minestra. Invece se te te trovi dinanzi a uno umile, uno umile non vuol dire umiliato... Uno umile, insomma, ti conquista. "Se scompare per far trasparire Dio, una virtù irradierà da lui. Ciò che le discussioni più serrate e i rimproveri più giusti non otterranno, riuscirà spesso a strapparlo una parola fraterna e amica”. Uno umile, che si presenta con umiltà, che parla con semplicità, otterrà quello che lunghi sillogismi non riusciranno ad ottenere. “Ecco perché il sistema legionario tende a dare tutto il posto necessario a questa virtù fondamentale. Vi sono... - e qui sarebbe il punto dove dovevamo un po' arrivare - Vi sono nella vita - della Casa dell'Immacolata - due momenti soprattutto, dove la virtù dell'umiltà sarà messa alla prova: l'ora dell'ingresso nella - Società - e l'ora in cui vi si prende posizione stabile". Attento, Bepi, che la xe par ti, un pezzo almanco.

MO230,8[08-03-1968]

8."Fin dalla soglia, si chiede a chi entra d'accettare con semplicità di fanciullo, tutto un insieme di esigenze. È cosa normale che questo o quel punto urti e susciti qualche discussione. La Legione lo sa - la Pia Società lo sa - e se ne rallegra, non per l'urto in se stesso, ma per la docilità di anima a cui invita e predispone. È così pericoloso venire ad essa con uno spirito di riformatore e con l'aria di discutere ogni sillaba del suo codice”.
Non vuol mica dire collaboratore; quello sì hai il dovere di essere collaboratore, riformatore no! Dire per esempio: "Sentì, mi par conto mio xe sbaglià andar a aiutare i vescovi, di aiutare i vescovi... Xe meio invece che femo una protezion dei cani...". Questa xe riformazion massa grande. “C'è troppa gente che è piena di idee personali rinnovatrici, tanto da potersi parlare con diritto del "flagello delle iniziative!". La Legione - la Pia Società - chiede ai suoi membri l'umiltà senza reticenze e la adesione senza condizioni. Uno dei segreti della sua forza sta qui". È importante perché mi pare che quello che scrive questo libro qua non xe Sant’Alfonso Maria de' Liguori o dei "liquori", l'è proprio el card. Suenens che l'è sta accusà de essere un pochettin avanti, no? E varda, proprio sto omo qua, sì, me par che el sia abbastanza avanti el card. Suenens, no, proprio sto omo qua che el xe stà accusà quasi de essere massa avanti, e el dixe: "Vardè, stè attenti, la forza è proprio lì, proprio lì!", questo è il programma e avanti.

MO230,9[08-03-1968]

9."Una volta deciso, una volta entrati con piena libertà - nella Pia Società -, bisogna sapervi rimanere; e qui ancora la Legione mena un gioco serrato. Impone ai suoi membri una disciplina molto forte. Astrazion fatta dei meriti dell'obbedienza, questa disciplina è una sorgente perenne di umiltà. Accettare il compito che ci vien fissato, ed eseguirlo puntualmente; rendere conto del proprio lavoro, sotto gli sguardi di tutti; rientrare nelle file comuni per il cambio, dopo tre o sei anni di direzione... tutto questo non è fatto per adulare l'amor proprio. È invece una scuola preziosa di oblìo di sè".
Ah, cari, supponiamo che dopo, a un dato momento, io dicessi a don Luigi Furlato, che è il maestro dei novizi, quindi maestro della perfezione cristiana: "Senti, caro don Luigi, adesso - come che i fa con le suore, finiti gli esercizi spirituali - e don Luigi assegnato a Crotone a fare il cappellano con don Marcello”. Arrivasse dopo tre anni il bigliettino a don Marcello: “Don Marcello assegnato a Monterotondo a fare il cappellano di don Flavio”. Un altro biglietto: “Don Luigi Mecenero assegnato a Monterotondo a fare el cappellan sotto don Flavio”. Non voglio giudicare né don Luigi, né don Marcello, né don Luigi Mecenero, né nessuno... Saremmo pronti noi, dico noi, non state pensare agli altri, a questo cambio, proprio così con semplicità? Oggi il Signore mi ha messo per sei anni a fare il superiore, a fare il maestro dei novizi; adesso el Signore mi mette, fin che vorrà lui, a fare quest'altro ufficio, e questa è la mia missione. C'è questa disponibilità? Se non c'è, guardate che l'umiltà non l'abbiamo capita, perché praticamente minacciamo di fare una cosa umana, una bella organizzazione umana. Eppure guardate che se noi siamo convinti che l'Opera è di Dio, che è lui che agisce, noi dobbiamo essere pronti, con semplicità, a fare questo, anche se per la natura pesa un pochino, no, dobbiamo essere pronti a far questo. Ci sarebbe da andare avanti ancora. Ma credo che un pochino tutti quanti abbiamo da meditare e da riformare su questa cosa qui. 12 marzo 1968